Giorgio Trentin, Catalogo VII Biennale dell’Incisione Italiana
Contemporanea, Venezia, Maggio 1968
Un’opera che, pur ai suoi inizi, non appare
priva di interesse per la sincerità di una visione emotiva
portata ad indagare, con senso commosso di partecipazione, nel clima,
autentico, di un mondo popolare, di una umanità di genti umili
e semplici, colta nella verità delle proprie vicende
quotidiane, di un mondo tradotto nel ritmo di un linguaggio aspro e
penetrante, scavato, e nella freschezza di un racconto, quasi
fiabesco.
Emiddio Pietraforte, Catalogo VII Rassegna d’Arte per il Mezzogiorno, NApoli, 1972
(…) Una dinuncia più costante la troviamo in Giovanni Spinello. Vi è in lui una specie di anarchismo intellettuale che si recepisce dal contesto compositivo delle sue incisioni: ai bordi del disegno neofigurativo, in sovraimpressione, vi sono delle sagome di ingranaggi: la struttura di una società consumistica dalla quale l’uomo cerca di evadere invocando un dio arcaico (ed ecco spiegate quelle altre sagome, sovrapposte alle prime, di uomini con mani enormi levate al cielo). La ricerca assume una particolare importanza se si esamina prima di tutto sul piano della realizzazione tecnica. Infatti l’incisione viene realizzata come rottura degli spazi che restano bianchi e danno un senso maggiormente pittorico alle sagome che sostituiscono il segno grafico tradizionale. Così a volte abbiamo masse di figure senza volto umano, a volte figure sintomaticamente isolate dall'ambiente descritto. Non dimentichiamo che Spiniello è nato e vive in provincia di Avellino, è figlio di una terra che ha ancora certe durezze proprie della civiltà arcaica. Una civiltà sana, agreste, virgiliana se si vuole, ma che trova la forza di rifiutare certi prodotti del nord, che portano via gli uomini della terra, immiserendo il loro stesso animo.
I volti dei suoi personaggi, un po’ goffi, sono di una nobiltà particolare: conservano la fierezza degli antichi Uomini del Sud (…).
Riccardo Sica, "L’arte contemporanea, la Testimonianza di Giovanni Spiniello", Artificiosa Irpina, Vol VII, 1997
Immaginate che la realtà sia un giocattolo rotto, di cui Spiniello possiede tutti i pezzi smontati. Immaginate che egli li ricomponga in una nuova immagine e tragga dall’affannosa ricerca del “tempo perduto” dell’infanzia la “molla”, la corda, l’anima che li fa rinascere, muovere, agire: nella palingenesi dello spirito, questa nuova, inedita immagine, è la “metafora” della sua poesia. (…) Nell’osmosi di “passato” e “presente”, di “memoria” e “contingenza”, che costituiscono lo sfondo di ogni storia, di ogni favola riproposta da Spiniello, c’è la possibilità polisemia che l’immagine offerta sia interpretata in una inesauribile ricchezza di significati, anche simbolici. La “metafora viva” che risulta da questo processo creativo, è aperta a tutte le letture possibili. (…) Le forme di questa metafora, che emergono con gestaltica evidenza dal tessuto culturale di fondo, nella sottolineatura dei forti, vibranti contorni grafici, affidati al colore come all’incisione, acquistano un’inusitata autonoma bellezza sulla superficie di una tela o di un foglio o su un piano o volume di materia (terracotta, lamiera, gesso, cemento, ecc…), grazie alla armoniosa composizione finale.
Giuseppe Casciano, Il Tempo, Catalogo I Giochi della Memoria, Giovanni Spiniello, 1991
Nato a Grottolella, a due passi da Avellino, formatosi all'Accademia di Belle Arti di Napoli, titolare della cattedra di Educazione Visiva e disegno dal vero presso l'Istituto d'Arte, Giovanni Spiniello è uno splendido esempio di artista versatile e poliedrico. La prolifica attività, la purezza dei mezzi espressivi gli attribuiscono, di
diritto, uno spazio di rilievo nel firmamento culturale contemporaneo. Passato attraverso le severe maglie della ricerca e della sperimentazione, è assurto a protagonista di un'Arte Nobile, insita di poetica liturgia. In un mondo che rapidamente brucia i miti, Giovanni Spiniello si è impossessato del giusto equilibrio cromatico per suscitare intense emozioni. Non a caso è tutta da ammirare la sua più recente produzione, sono lavori titolati: "L'albero della cuccagna, Nascondino, Uno due tre stella, Ntuzza a muro, La trottola, Acchiaparello, Piripicchio e piripacchio", mosaici di una umanità adolescente che racconta con la forza di un segno sicuro, marcato, imperioso, come a resuscitare tradizioni popolate di immagini ormai tramontate. E così l'artista, forse per un richiamo ancestrale, ridona luci e ribalta agli innocenti giochi dell'infanzia. È un succedersi di volti in allegria, di garrule voci che sembrano scandire la struggente magia dei ricordi. Con queste opere Spiniello si erge a testimone autorevole di un passato e non v'è alcun dubbio: siamo al cospetto di un maestro di rara sensibilità che dipinge con l'inchiostro della felicità.
Elena Barone, La Voce della Campania
(…) Partito da tecniche tradizionali, quali l’acquaforte, l’acquatinta, la litografia, la fotografia, egli ha, via via, sviluppato e modificato i metodi espressivi, giungendo ad un lavoro di torchiatura, di pressione, di sfumatura di colore, di ricerca di oggetti reali e di composizione varia di essi, che forma, infine, l’organica e sintetica opera d’arte. L’acquaforte tradizionale, infatti, limita il disegno nella lastra, nella matrice, nelle regole precise da rispettare, la “monocalcografia multicolorata” di Spiniello è un esemplare unico, non ha matrice, non è limitata in lastra, ma si estende fino a dare l’impressione della continuazione, dell’espansione libera. Essa si avvale di elementi naturali che vanno visti sotto il profilo della sfumatura e del movimento. (…) Il colore, le cui sfumature sono infinite, ha grande valore per l’artista, è come il segno, egli dice, cioè simbolo dell’idea. (…) Nell’opera sua è chiaro il valore del documento, la ricerca di tutto ciò che è reale, umano, vissuto, il quale viene ristrutturato secondo un taglio originale. (…) La pittura non può seguire una moda, dice Spiniello, come spesso oggi accade; essa deve essere vissuta e sviluppata da un’analisi attenta della realtà, divenendo anche lavoro sociale: essa è espressione creativa e, insieme, lavoro politico, didattico, finalizzato a denunciare, cambiare, comunicare. (…) L’opera vera, in cui egli crede, esclude intenti pratici e sfugge alle leggi di mercato: “Io credo - egli dice – nella ricerca continua e concreta, nel lavoro di laboratorio che è come quello del contadino… e ogni conquista che si fa nell’ambito della propria ricerca non deve mai diventare proprietà privata”.
Carlo Di Donna, Catalogo Personale Centro Arte incontri, Nola, 1977
L'impegno artistico-culturale di Giovanni Spiniello, in linea con una visione sociale della arte, vuole, talvolta attraverso l'esasperazione di certi contenuti, cercare un recupero sul piano dell'essere di tutto ciò che i condizionatori sociali fanno rigettare all'uomo «normale» (vedi operazione tombini; la riutilizzazione degli oggetti « rifiutati »). In tal senso il rapporto di Spiniello con la realtà umile, con gli oppressi, diventa ogni giorno sempre più serrato, direi quasi esclusivo.
Egli si è schierato con le classi subalterne a combattere una battaglia che è ormai millenaria, storica. Non ci sono altre possibilità di fare arte, se questa non si cala nel sociale, cioé nel reale. E questo, ben s'intenda, non è assolutamente limitativo, sta bensì a significare che la sfera dell'arte è tutto e particolarmente tutto ciò che riguarda l'uomo e la sua esistenza. Perciò la ricerca di Spiniello affronta temi che da sempre conservano la propria scottante attualità.
In tale direzione riveste particolare importanza lo studio sulla proprietà privata, in tutte le sue premesse e conseguenze e soprattutto nel suo essere alla base delle profonde sperequazioni ed ingiustizie della società.
E' caro all'artista questo tema, l'impegno intorno al quale gli ha fatto produrre un interessantissimo studio monografico, frutto di intenso ed appassionato lavoro.
Perciò l'arte non è contemplazione estatica ma è soprattutto impegno sociale, attività culturale e che riconosce la propria identità nell'essere altro da sé, nell'essere cioè « gli altri» e per gli altri.
Spiniello è un cantore dell'arte parentale, dove i parenti sono i contadini del Sud che, da sempre, sono. solcati da un lavoro ingiusto ed irriconoscente.
La sua arte riesce a penetrare e a scavare nell'inconscio di questi uomini che sono i portatori dei valori di una cultura che mai potrà essere soffocata.
Egli legge tutto l'animo del Sud in tutta la sua completezza, nel suo atteggiamento etico come nel suo essere fideisticamente e talvolta eticisticamente religioso, individuando tuttavia, sempre, quegli atteggiamenti ed elementi che fanno parte di una storia e di una Cultura che, anche se emarginata, riesce ancora a farsi sentire e non vuole morire.
Il simbolo misterico della croce, perciò frequente nella vita religiosa del popolo meridionale, è, per lo stesso motivo, frequente nella sua opera monografica sulla proprietà privata.
In tal senso egli è uno storico-sociologo della «questione meridionale» ed è, al tempo stesso, un operatore sociale.
La sua ricerca si fa in strada, per terra, dove nessuno guarda, dove ci sono gli oggetti che l'uomo lascia cadere, perché, avendo acquistato il loro valore originario, non servono più alla coscienza alterata dai continui messaggi mistificatori del mondo moderno. Così quindi il messaggio diventa ecologia antropologica.
I suoi compagni di lavoro sono i bambini, cioè coloro che da soli sanno interpretare la realtà senza bisogno di mediazione di alcun genere; con essi egli porta avanti un discorso di estetica sperimentale e di intervento sul territorio., che già molta attenzione ed interesse ha suscitato nei luoghi dei suoi interventi.
Per tutti questi motivi, le sue calcografie colorate e tutta la sua arte è asemantica, non ha bisogno di mediazione, in quanto ciò che rappresenta non è segno di una realtà diversa, ma è essa stessa realtà, raccolta nello spazio e sospesa nel tempo e che riesce a provocare nell'animo dell'osservatore uno stato isomorfo, senza bisogno di alcun tipo di mediazione mistificante della realtà.
Giuseppe Pisano, Il Mattino, Catalogo Situazioni Contemporanee, S.Angelo de Lombardi, 1987
Dalla cartoggettografia che tormenta le fibre della
carta solcando e scavando, lasciando bave e scie, Giovanni Spiniello
è arrivato, quasi incosciamente, alla terza dimensione.
Pittore raffinato, spontaneo e fresco nell’inventiva, incisore
di grande perizia tecnica, grafico di possente fantasia, Spiniello è
approdato alla scultura da anni, con opere che sono parte integrante
di complessi architettonici o vivono di una vita autonoma: dallo
stadio (con bassorilievo per Heysel) a numerose chiese d’Irpinia.
La ricerca di Spiniello scultore continua il
discorso della grafica. Le plastoggettografie che percorrono le
superfici, scarnificandole o levigandole, incidendole e aggredendole
muovono in una direzione di una sintesi unitaria che supera la
tradizionale divisione fra le varie tecniche.
Giancarlo Pretini, Storiografo, Catalogo I Giochi
della memoria, Giovanni Spiniello, 1991
Giocare, giocare, giocare. Giocano i bambini, e
giocano gli adulti. In maniera diversa naturalmente, ma giocano
tutti. I bambini, con spontaneità e con niente; i grandi con i
soldi, con l'amore, con le guerre. Giochi festosi, semplici e giochi
perversi, infernali. Più la vita va avanti, più i
giochi si fanno complessi, celebrali. E la memoria si infoltisce di
pensieri e di riflessioni. Più la vita scorre e più la
memoria ritorna indietro, per cercare la vita e i giochi perduti. Più
i giochi si complicano e più la memoria ritorna a cercare
quelli semplici di un tempo. Adulti e bambini vivono insieme. Il
bambino si trasforma in uomo, e l'uomo con gli anni ritorna bambino.
Sono vite che si compenetrano; ma i mondi dei loro giochi sono
separati. Le piazze sono di tutti; le strade, le case, i cortili, i
campi, sono di tutti e i giochi si praticano in tutti quei posti. Ma
in maniera diversa; per i bambini e per i grandi. I loro giochi si
sovrappongono, si alternano, si incrociano, si inglobano, si
separano. Il bambino fa i giochi del bambino, ma poi farà
quelli dell'uomo e la sua mente di uomo cercherà i giochi che
ha fatto da bambino. Ecco, la mente e l'anima di un pittore sono
tornate nel mondo dei bambini. Il segno di Giovanni Spiniello è
andato a cercare la sua vita di un tempo, che oggi è quella di
altri ragazzi, di ragazzi nuovi; così come lo era lui un
tempo. La sua anima è ancora quella; trasmigrata nelle vite
nuove. E i giochi sono ancora quelli. Quelli della libertà;
non quelli del computer. Quelli della gioia di vivere; quelli che
ancora non conoscono i pensieri che poi ci martelleranno di continuo.
Il gioco del cerchio, il nascondino, la trottola, il salto della
corda, il gioco delle figurine; che alla fin fine sono proprio i
giochi della nostra vita. Il cerchio corre, rotola come le nostre
vite; e noi a spingere il cerchio, e la vita. La vita è
un'altalena: c'è chi scende c'è chi sale. Nella vita ci
si arrampica in cerca della cuccagna, e della gloria, e poi il più
delle volte si scivola, stremati, ritoccando terra, con tanti
bernoccoli. Nella vita ci si rincorre, ci si nasconde, si riappare
all'improvviso; giriamo come trottole vorticose; saltiamo gli
ostacoli, altro che corda! E cerchiamo sempre, in ogni momento, senza
tregua, con affanno ma anche con tanta voglia di vivere, la figurina
vincente!
Generoso Picone, Il Mattino, Catalogo Civiltà e identità Contadina, Giovanni Spiniello, 1995
E’ stato Franco Purini a scrivere qualche
tempo fa un saggio dal titolo "Un paese senza paesaggio",
dove tra l'altro si può leggere, desolata epperò lucida
conclusione, che "la condizione del paesaggio italiano è
talmente grave che non ha molto senso provvedere alla sua
conservazione". Di tanto, Giovanni Spiniello dev'essere convinto
e non da poco, perchè se c'è una linea che attraversa
la sua ormai lunga e intensa produzione artistica (ultratrentennale,
lui che di anni ne ha poco più di 50) questa può essere
individuata nel tentativo costante di ricreare un mondo ieri
minacciato, oggi perduto, domani forse dimenticato. Un mondo che è
paesaggio, nella misura in cui il paesaggio è dato dal
rapporto che l'uomo riesce a stabilire con l'ambiente naturale: un
mondo-paesaggio vivo, ormai, solo nella memoria e non più,
nella vita di giorni sbandati, alla ricerca di una modernità
incerta, di un futuro sfocato, di un progresso indefinito. La
ri-creazione diventa allora l'unica forma per recuperare un senso di
quella dimensione, diventa gesto addirittura politico, di resistenza
e di affermazione di valori: il suo gesto artistico non è
mosso esclusivamente da motivazioni estetiche ma vibra di una
tensione etica, di "riabilitazione della memoria e della storia
etnica come elemento vitale dell'identità pel-sonale",
direbbe Berman: è l'estrema difesa dal naufragio del rapporto
intersoggettivo. per usare le parole di Ernesto De Martino. Identità
e civiltà contadina - il tema della sua mostra non sono
allora i termini costitutivi di una rapporto pacificato e idilliaco,
di un'arcadia fuori dal tempo, ma rappresentano gli elementi di una
contraddizione nella storia, di un corto circuito della
contemporaneità. Identità contro la civiltà
contadina, verrebbe da dire, identità senza la civiltà
contadina. L'uomo dell'oggi ha perso le proprie radici che qui, in
questa terra, in questo brano di paesaggio, erano radici di una
civiltà antica e formatasi nel contatto diretto con la natura.Spiniello quindi si fa archeologo, filologo nella
dimensione proposta da Franco Fortini quando ragionava di dialetto
("La difesa dell'allodola vale per il contadino non meno che per
il filologo") e rimodella le scene di un mondo altrimenti
archiviato nella memoria. Lo fa a partire proprio dalla superficie
che acèoglie le sue rappresentazioni. È una carta
ricostruita secondo i dettami delle leggi antiche, primo stadio della
sua ri-creazione, quasi a ribadire che se i ricordi devono rivivere,
tocca accoglierli nello spazio a loro naturale. È una carta a
cui dà un'anima, nella sua materialità di oggetto, e lì
disegna 'le stanze di una vita quotidiana scandita dai ritmi delle
stagioni, dalle immagini di un passato. I giochi dei bambini nei tini
del mosto, le luminosità dei campi di grano, la vendemmia che
avviene con l'egida di un angelo beneaugurante, le donne che portano
le ceste e non sanno di traspor.t.ilre sogni rappresentano momenti
che restituiscono i sapori e i colori di un tempo lontano solo per
chi non ha la consapevolezza piena e matura della propria identità;
solo per chi pensa di essere generato da un mondo senza passato,
senza tradizione, senza una storia. In questo, Spiniello è
poeta della natura, è artista dell'autunno e non dell'ottobre,
come Renato Poggioli volle chiamare Sergej Esenin, lirico contadino
della rivoluzione russa. Almeno nelle sue opere rivive un mondo
conciliato con se stesso, che non appare però cristallizzato e
chiuso nello spazio della pittura. Diventa invece un messaggio nella
bottiglia nel mare della contemporaneità, da conservare e
aprire, da valutare e conoscere. Racconti, favole, sogni di un tempo
andato, del nostro tempo, dell'identità di tutti.