L'albero vagabondo, il guardiano della montagna

L'Albero VagabondoTM, anche su Facebook, è una iniziativa ideata, progettata e realizzata dall'Associazione culturale Giovanni Spiniello (AGS). Nata come installazione artistica ed evolutosi in un progetto più ampio, vuole essere uno stimolo ad interventi reali di pulizia e bonifica in sistemi ecologici minacciati dalle attività di sversamento dei rifiuti. La finalità dell'Associazione culturale Giovanni Spiniello, attraverso il coinvolgimento e l'interazione di vari attori (Organizzazioni e Associazioni, Scuole, Istituzioni) è quella di sensibilizzare gli adulti, attraverso i bambini, al rispetto dei boschi, dei fiumi, delle campagne. L'obiettivo è quello di generare e sviluppare modelli di difesa e rispetto dell'ambiente partendo dalla montagne irpine e individuando nel comportamento dei cittadini e nella mancanza di senso civico il primo ostacolo e pericolo per la tutela ambientale.
L'Albero vagabondo è una metamorfoggettografia composta da materiale "contaminante" (poliuterano espanso), rifiuti (scarti ferrosi, reti, etc.) verderame, supporti forniti dalla natura (pezzi di albero, ramaglie di ulivo, foglie, spighe). Immaginiamo tutti questi materiali sparsi nelle piccole discariche abusive in montagna. Immaginiamoli prendere forma, mischiarsi in un ibrido plasmato e tenuto insieme dalla schiuma nociva del poliuterano espanso. Immaginiamo poi il verderame, elemento ancestrale, usato fin dai tempi degli antichi romani, fossilizzare il cielo, la speranza, nello sguardo dell'albero, ingentilendone l'aspetto. E poi la "semina del colore", tecnica legata al gesto del fecondare la terra di un seme nuovo, alla semina del grano, ricoprire l'albero, tracciandolo, innervandolo.
Mentre l'Albero vagabondo è una provocazione, un urlo di protesta nato per, da e con i rifiuti che i cittadini abbandonano, l'Albero Metamorfo, invece, è un messaggio di speranza. E? lo sguardo di un essere primitivo che si guarda intorno e si costruisce da solo con gli elementi della natura: rami di pino e di ulivo per capelli, vimini, nidi di rondine abbandonati per cappello, radici di edera sradicate dalla neve sono il suo corpo, tavole di castagno il busto, frutti di passiflora gli tengono compagnia e pigmenti naturali a colorargli occhi, naso e bocca.

Arte nel sociale. Dichiarazione di lavoro

Operare in campo visivo per me non significa continuare una ricerca solipsistica del rapporto con il sociale, ma il fondersi tra ricerca di laboratorio e azione sociale. In questa visione prendono corpo gli interventi di animazione grafica e didattica popolare, azioni che assumono un valore di identificazione poiché esse hanno come dimensioni di spazio luoghi depressi e costantemente dimenticati, paesi dell'entroterra irpino, le aie, dove da millenni si vive la realtà concreta del lavoro dei contadini, che diffidenti mi guardano sorpresi perché offro loro pennelli, colori, rulli. Poi i bambini sono i primi a rompere il ghiaccio entusiasti di questo nuovo gioco, si danno a dipingere tutto e rilevare le orme dei tombini, elementi poveri e insieme composizioni geometriche pure Dipingono il suolo, gli alberi, le panchine, persino le automobili.
Il coinvolgimento è totale e l'estetica in queste azioni non è più il buon quadro, ma il risveglio di nuovi orizzonti per questi bambini abbandonati a sé stessi ed alla strada. Di sfuggita guardano i manifesti che avevo affisso con la scritta "proprietà privata: divieto di transito alla cultura"; i manifesti sono listati a lutto; un bambino mi domanda: ma la proprietà privata è morta? È la domanda che contiene la risposta.
L'aia, la piazzetta, assumono una dimensione diversa: la dà il colore che assume un significato di identificazione e la volontà di cancellare il grigiore di sempre.
Io credo nella ricerca continua e concreta, nel lavoro di laboratorio come quello dei contadini nei campi, ma dichiaro che ogni conquista che si fa nell'ambito della propria ricerca (per quanto mi riguarda grafica) non deve diventare proprietà privata (solo per gli addetti ai lavori): questo aspetto oggi mi sembra il più pericoloso. Le mie monocalcografie colorate mi ricordano i fossili della libertà dell'uomo di oggi. Derivano da esperienze di grafica in genere (acquaforte, acquatinta, litografia, fotografia).
A differenza dell'acquaforte tradizionale, che rispecchiava leggi precise - dalla preparazione della lastra, alle morsure e stampa della matrice in rame, con copie che stabiliva l'artista - le monocalcografie sono esemplari unici e non hanno nessuna matrice. Ogni elemento della realtà viene da me dipinto e trasferito sulla carta per pressione, per cui ottengo le impronte fossili della composizione oggettuale, organizzata sul piano del torchio.
L'operazione di torchiatura continua come un atto esistenziale fino alla estinzione del colore. L'armonia cromatica e compositiva delle monocalcografie, tra l'altro, assume un valore di riproposta del vissuto e del rapporto uomo-natura, che va verso il dramma dell'inquinamento totale (da quello ecologico a quello politico).
Autodistruzione della propria identità umana.
Da questo nasce la necessità di imprimere ogni oggetto che dovrà testimoniare la dimensione dell'infinito vissuto, il bisogno di potenziare il linguaggio grafico, il desiderio intimo di comunicazione che non si può codificare e determinare in un campo con i suoi confini e i suoi limiti.
La scelta degli oggetti non è casuale poiché a livello inconscio c'è un appropriazione del valore estetico dell'oggetto fossile con il quale stabilisco sempre una intima comunicazione alchemica e gestuale.

Giovanni Spiniello, Settembre 1977
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